1° Tappa

il Cuore della Sicilia fino al Ciclope di Acitrezza

Un pit-stop a Borgo Parrini e la prima cosa che si impone è il colore: il blu domina, un blu saturo, mediterraneo e al suo interno si incastonano pietra locale a vista, ceramiche spezzate, inserti musivi. La superficie vibra, respira, cambia con la luce.

Le aperture si deformano, i contorni si ammorbidiscono, gli spigoli perdono rigidità. Le finestre sembrano scavate più che disegnate. Intorno, cornici irregolari in mosaico accompagnano lo sguardo e lo rallentano.

Una posa che richiama un gesto artigianale: la precisione sta nell’intenzione; ogni elemento verticale diventa occasione espressiva: muri, parapetti, comignoli, gronde. Le superfici si piegano, si gonfiano, si torcono. Alcuni elementi sembrano modellati, come se il cantiere fosse una bottega.

Leggere il Borgo con gli occhi di Salvador Dalì viene naturale…

E poi via, lungo l’autostrada, in direzione Acitrezza dove Ulisse, con la sua famosa astuzia, ha ingannato Polifemo accecandolo e scappando evitando di essere divorato: durante la fuga il Ciclope scaglia contro delle enormi pietre dando così vita ai faraglioni. Gli stessi faraglioni che, invece, hanno avuto origine dall’Etna: folate laviche solidificate.

Che siano le isole dei Ciclopi, come vengono chiamati, o frutto del lavoro del vulcano, li ammiro per qualche minuto come sicuramente ha fatto Verga nel narrare le sfortune di Padron ‘Ntoni, Bastianazzo, ‘Ntoni, Maruzza e la Provvidenza, affondata a largo di queste coste: sventure continue vissute nella Casa del Nespolo…

E mi fermo qui: una facciata semplice con intonaco chiaro, il cortile raccolto con il famoso Nespolo (oggi naturalmente sostituito), ambienti piccoli e bassi pensati per viverci e lavorare, arredi essenziali tra loro mischiati (reti da pesca per lavorare e fotografie).

Il mio sguardo da architetto cade sui materiali locali senza sprechi: un luogo e degli spazi costruiti semplicemente per la loro funzione, umili, necessari. Non potrebbe essere altrimenti in una realtà di pescatori che, ancora oggi, mantiene questa sua caratteristica bellezza.

Voltandomi spesso all’indietro, come non voler dire addio, le ruOOte riprendono il loro percorso.

2° Tappa

Lo stretto e la SP1, due modi diversi per collegare Ionio e Adriatico

Dopo lo stretto di Messina (IL PONTE NON C’È ANCORA, CONFERMO!), Bagnara, Seminara e Palmi, imbocco la SP1 che da Gioia Tauro conduce a Locri arrampicandosi sull’Aspromonte.

Si passa attraverso il Passo del Mercante (poco meno di 1.000 m.s.l.m.): una rotta che collegava, attraverso una mulattiera, i due mari (Ionio e Adriatico) evitando i rischi dello stretto di Messina come correnti, venti e rischi di perdere il carico.

Si sceglieva quindi un percorso più faticoso ma affidabile!

Le merci arrivavano a Locri, primo tassello della Magna Grecia fondata circa 3.000 anni fa con un rigore preciso:  assi ordinati, organizzazione degli spazi pubblici e forte relazione della città con il mare e l’entroterra… controllo e strategia Greca, con una forte devozione per Persefone tanto da dedicarci il famoso Santuario che si potrebbe definire un’infrastruttura culturale, come testimoniato dalle tavolette votive (pinakes) prodotte da artigiani locali, acquistate dalle promesse spose e date in dono a Persefone per chiedere protezione, fertilità e stabilità.

Diventano quindi una raccolta di vite e un vero testimone della socialità: centinaia, migliaia di individualità vengono raccolte e assorbite in un sistema più grande, collettivo.