3° Tappa
Una Basilica che diventa Museo
MUSABA (Museo Santa Barbara) nasce da un ritorno: Nik Spatari dopo aver vissuto nei più grandi centri dell’arte europea sceglie Mammola, la sua Mammola, per il suo intervento: una scelta legata alle sue radici per un progetto personale, prima ancora che architettonico e commerciale. È il chiaro esempio di come l’Architettura diventa arte, perdendo il suo ruolo più comune e diventando linguaggio.
Ogni intervento ha carattere unico, irripetibile, che nasce da una tensione continua tra passato e presente, tra struttura e colore, tra regola e libertà. Un conflitto che genera una nuova direzione.
Al MUSABA la superficie prende il controllo: la facciata, la pelle, il rivestimento… contano quanto la struttura.
Quanto visto non lascia dubbi: lo spazio richiede partecipazione, chi entra interpreta, sceglie, reagisce, tant’è che l’esperienza diventa parte del progetto. Un intervento in cui si ammirano, tra le altre, il Sogno di Giacobbe, la Rosa dei Venti, Farfalla, Foresteria, Punk, ecc…
Lo spazio funziona quando viene vissuto, non solo attraversato e qui si potrebbe vivere per sempre!
4° Tappa
Il Tombolo e il Castello…
A Capo Rizzuto mi fermo a Le Castella, un castello aragonese costruito per controllare il mare e le relative rotte commerciali.
La sua particolarità è che sorge su un isolotto collegata alla “terra ferma” con una lingua sottile: inizialmente l’ho confuso con un Istmo ma mi sono informato ed ho scoperto che trattasi di un Tombolo… non sapevo cosa fosse!
È un deposito roccioso/sabbioso che con gli anni è stato potenziato dall’uomo presentandosi come un piccolo Istmo: la differenza quindi l’ha fatta l’uomo potenziando negli anni questa linguetta di terra!
Le Castella sembra sorgere per sottrazione della materia: con la sua massa e solidità si mostra come un unico blocco quasi fosse una macchina sul mare, di osservazione e difesa.
5° Tappa
Il “Groviera” di GIO’ PONTI
Dopo aver percorso il “bordo ionico” e aver passato Calabria e Basilicata, arrivo in Puglia.
Sicuramente l’orizzonte ha dominato in tutto questo percorso, una presenza dell’uomo discreta e una costa bassa, modellata nei millenni da vento, mare e luce. Il blu del mare, il verde della vegetazione che in questo periodo dell’anno torna con vigore e la sabbia, chilometri e chilometri.
A Taranto, la sosta mi porta ad ammirare una facciata, con stile e funzione completamente diverse da quelle canoniche: traforata, geometrica e alleggerita, la definirei “scheletrica”.
La Concattedrale di Gió Ponti, progettata negli anni ‘60.
La vela retrostante, rispetto alla facciata principale, è un chiaro richiamo al mare.
L’Architettura scelta da Gió Ponti è un segno semplice che si fa attraversare dal cielo, dal suo azzurro, dalla luce: la forma e il significato hanno un unico obiettivo!
Anche all’interno la luce padroneggia e filtrando crea delle ombre morbide e un’atmosfera raccolta, cambiando durante la giornata.
Il “collega” Gió Ponti lavora con moduli ripetuti, proporzioni chiare e facciata rappresentativa e questo porta ordine e leggibilità: un approccio che ammiro e ricerco molto durante i miei progetti.
6° Tappa
La città “igienizzata” che fa moda
In questa seconda parte della giornata non ho viaggiato solo, almeno questa è l’impressione.
Figure contorte, schiene curve, braccia alzate ed a volte spezzate, cicatrici: ma tutti allineati in una distesa infinita… un esercito immobile, compatto e presente che osserva senza ruotare lo sguardo ma rimbalzandoselo l’un l’altra.
Un’enorme piana degli Ulivi che attraversa la campagna, tra masserie e lunghissimi muri in pietra posati a secco, finchè da lontano una massa bianca domina: la famosa Città Bianca. Ostuni.
La Calcanerite Pugliese è il materiale utilizzato per la costruzione del centro storico, devoto a Sant’Oronzo; ma la manutenzione nel tempo fatto con intonaco e latte di calce mantiene questo aspetto curioso e unico.
Un rito, a volte anche annuale, che viene regolamentato dal Comune ma eseguito su iniziativa privata: un sistema coordinato che lascia a bocca aperta chi, per sua fortuna, si trovi a passare tra le viuzze.
E, come detto, il latte di calce che dona questa pellicola bianca e luminosa: le sue origini vanno ricercate nella volontà di igienizzare e pulire la città in un contesto in cui le epidemie provocavano ferite profonde.
La calce mantiene un PH molto alto asciugando le superfici e il suo bianco lavora con il sole: tutto ció evita il proliferare di batteri e i muri spessi aggiungono inerzia e protezione agli ambienti interni.
Quindi da una necessità si è passati ad un’abitudine fintanto che si è creata una vera e inimitabile identità urbana.