Spinti dalla curiosità e con un obiettivo preciso… il quarto S.P.A. (stacca piega apri) ci ha regalato molte emozioni tra Italia, Francia e Principato di Monaco
PROVENCE
Sotto le mappe interattive del percorso…
Tre Paesi – Italia, Francia e Principato di Monaco – in poco più di mille chilometri, seguendo un itinerario capace di unire grandi passi alpini, borghi medievali e alcune delle strade motociclistiche più affascinanti d'Europa.
Partenza ore 5:30 (mattino) da Verbania per raggiungere la Francia attraverso il Monginevro.
Da lì inizia il cuore del viaggio: le spettacolari Gole del Verdon, dove la natura ha scolpito uno dei canyon più imponenti d'Europa. Seguendo la leggendaria Route Napoléon attraversiamo l'Alta Provenza tra altipiani, curve e piccoli villaggi in pietra, fino a quando, quasi all'improvviso, il blu del Mediterraneo lascerà spazio allo skyline del Principato di Monaco.
Dopo una sosta a Montecarlo, e il suo circuito, torneremo verso le Alpi attraversando il Colle di Tenda, prima di rientrare in Italia passando per Cuneo e risalire verso il Lago Maggiore.
Sarà un viaggio di appena due giorni, ma racchiuderà tre Stati, mille paesaggi e un'infinità di emozioni. Perché in fondo, Archi su 2 ruOOte racconta tutto ciò che succede tra una partenza e il momento in cui il motore si spegne.
DAY 1 - Tappa 1
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Prima della Francia, prima dei grandi passi alpini, prima del Verdon e prima di incontrare Stefano e Mirko (new entry del gruppo), c’è un Piemonte da attraversare.
Comincia a Verbania e termina a Torino, là dove la pianura è ormai alle spalle e le montagne iniziano a indicare chiaramente la direzione del confine.
Scelgo di non cercare la strada più veloce: La Guzza punta invece verso strade secondarie, attraversando il Piemonte da nord-est a sud-ovest.
Acqua, colline, boschi, piccoli centri e territori che cambiano lentamente mentre scorrono ai lati della moto.
È un percorso costruito per avvicinarsi alle Alpi, non semplicemente per raggiungerle.
Tre paesaggi molto diversi tra loro: DUE LAGHI, LA STRADA DELLA LANA e LA SERRA.
Tre modi diversi di leggere il territorio: prima l’acqua, poi le valli segnate dall’industria tessile, infine il paesaggio morenico.
A Torino questa prima parte si chiude e da lì la strada comincerà a salire davvero… Ma quella sarà un’altra storia.
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Partenza al buio, ore 5:30, da Piazza Ranzoni a Verbania. Ventuno gradi, La Guzza a quota 29.245 km e, nell’aria ancora fresca del mattino, il profumo del pane appena sfornato che arriva da un forno del centro. Un dettaglio piccolo, quasi domestico, prima di mettere chilometri tra me e casa.
Arriva il Lago d’Orta.
La strada che ne segue la sponda orientale cambia completamente il passo: curve leggere, continue, mai aggressive, con l’acqua accanto e il profilo delle montagne ancora immerso nella luce incerta del mattino.
È verso Orta San Giulio che il cielo comincia davvero a schiarire. Il paesaggio prende forma poco alla volta e quella che fino a pochi minuti prima era soltanto una strada nel buio diventa finalmente territorio.
Lasciato il lago, la strada ricomincia a salire. Piccoli borghi, qualche architettura che merita già una sosta e i primi segni di un paesaggio che sta cambiando.
Borgosesia segna il passaggio.
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Corre lungo valli strette e verdissime, seguendo torrenti che un tempo fornivano l’energia necessaria alle lavorazioni. La temperatura scende rapidamente, fino a sfiorare i 15 gradi, mentre tra boschi, piccoli borghi e curve iniziano a comparire lanifici, ciminiere, opifici, canali e architetture industriali.
Alcuni edifici sono ancora ben riconoscibili, altri abbandonati o ormai parzialmente diroccati. Ed è proprio qui che il percorso diventa particolarmente interessante per chi guarda il territorio con gli occhi di un architetto: grandi volumi produttivi costretti a trovare il proprio spazio tra la montagna, la strada e il corso dell’acqua. Raccontano un modo di costruire legato direttamente alle risorse e alla geografia del luogo.
Si passa continuamente dal bosco alla fabbrica, dall’acqua alla pietra dei piccoli centri, fino a fermarsi per fotografare un vecchio arco o, molto più semplicemente, per osservare un gruppo di papere attraversare il fiume.
LA particolarità della Strada della Lana: natura e industria continuano a convivere nello stesso paesaggio e la strada attraversa esattamente quella geografia che ha permesso al distretto laniero biellese di nascere e diventare uno dei più importanti al mondo.
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Poi il paesaggio. Una lunga dorsale modellata durante le glaciazioni dall’enorme massa di ghiaccio che scendeva dalla Valle d’Aosta verso la pianura, trasportando e depositando quantità immense di materiale.
Vista dalla strada sembra quasi un’opera di ingegneria naturale.
Anche la strada finisce inevitabilmente per assecondarla, trasformando la morfologia in una guida fluida, fatta di lunghe ondulazioni.
Ed è forse questo l’aspetto più affascinante: in moto la si attraversa quasi senza rendersi conto delle sue reali dimensioni. Poi, quando inizi a leggerne la forma, cambia tutto.
Quella che sembrava semplicemente una successione di colline diventa la traccia fisica di un processo gigantesco: un’antica infrastruttura del paesaggio costruita senza progetto, senza cemento e senza architetti.
Sopra quell’impronta oggi abbiamo appoggiato strade, paesi, campi e la nostra quotidianità.
La natura aveva già disegnato, noi siamo arrivati molto dopo… E ORA IL MOMENTO DI INCONTRARE STEFANO E MIRKO!
clicca sulle mappe per il percorso…
DAY 1 - Tappa 2
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All’Autogrill Rivoli Nord il viaggio cambia ritmo. Qui incontro Stefano e Mirko, new entry del gruppo: da questo momento le moto diventano tre e, almeno sulla carta, l’unione fa la forza.
Lasciata Torino, imbocchiamo la Val di Susa e il paesaggio comincia rapidamente a cambiare scala. La pianura scompare, i versanti si avvicinano alla strada e le montagne, che fino a poco prima erano soltanto sullo sfondo, diventano finalmente lo spazio dentro cui muoversi… La salita ci porta verso il Moncenisio: una piccola galleria, pochi metri di strada e, una volta usciti dall’altra parte, la sensazione quasi immediata di essere entrati in un altro mondo. Non è soltanto aver attraversato un confine.
Cambiano la luce, il modo in cui la strada occupa il paesaggio, i piccoli insediamenti e persino le architetture che accompagnano il percorso. Lungo la discesa incontriamo caseggiati e piccoli punti di sosta che diventano riferimenti per chi attraversa queste montagne: motociclisti, automobilisti e ciclisti.
Poi le Alpi iniziano lentamente ad allentare la presa e il paesaggio si apre: eccoci sulla D954, una di quelle strade per cui basta una parola negli appunti di viaggio: stupenda.
Corre accanto al Lac de Serre-Ponçon, seguendo un territorio in cui acqua, montagna e infrastruttura stradale sembrano continuamente rincorrersi. La strada sale, scende, si allontana dal lago e poi torna improvvisamente a mostrarlo dall’alto. BRAVO STEFANO PER AVER TROVATO QUESTO TRATTO!!
Per un architetto è difficile guardare soltanto il panorama e sono molto distratto.... Qui la presenza dell’acqua ha ridisegnato un’intera porzione di territorio e la strada è diventata uno degli strumenti migliori per leggerne la nuova geografia.
Ma il viaggio verso sud continua: le quote diminuiscono, la vegetazione cambia ancora, la roccia diventa più chiara e l’ambiente alpino lascia progressivamente spazio a quello dell’Alta Provenza.
Siamo giunti sul Lac de Sainte-Croix, una distesa enorme, artificiale, in cui molte persone (barche, sup, canoe, ecc..) trovano rinfresco in questa giornata molto molto calda: l’acqua turchese, quasi irreale, occupa il fondo di un paesaggio sempre più minerale. Poi la strada torna a stringersi, le curve aumentano e le pareti calcaree iniziano ad alzarsi.
Qui comincia davvero il Verdon. Entriamo nelle famose Gorges: è una sezione geologica a cielo aperto, la roccia costruisce pareti, quinte e strapiombi, mentre la strada cerca continuamente il proprio spazio adattandosi alla morfologia del canyon.
E alla fine resta soltanto una necessità molto meno poetica, almeno all’apparenza: trovare un posto dove dormire. Anche qui ci ha pensato STEFANO!
Ed è proprio lì che, anche a fine giornata, torna fuori inevitabilmente l’architetto…
IL PERNOTTAMENTO
E dopo centinaia di chilometri, le Gole del Verdon e una giornata cominciata alle 5:30 del mattino, arriva finalmente il momento di fermarsi.
Un piccolo insediamento rurale immerso nel paesaggio, dove l’architettura sembra essere cresciuta per aggiunte, recuperi e adattamenti successivi, più che seguendo un disegno rigido.
Il corpo principale conserva tutta la matericità della costruzione tradizionale: murature massicce in pietra lasciata a vista, travi lignee, coppi, pavimenti in cotto e aperture profonde, quelle che raccontano immediatamente lo spessore dei muri.
Accanto all'edificio principale compaiono piccole costruzioni quasi primitive, realizzate con pietra, legno, terra e fibre vegetali. Una di queste è particolarmente curiosa: basamento in pietra a secco, pareti intonacate nelle quali sono inserite sezioni circolari di tronchi e una grande copertura vegetale. Materiali semplici, locali, immediatamente riconoscibili. MI RICORDANO LE YURTA…
Tutto intorno, poi, il confine tra struttura ricettiva e campagna praticamente scompare: cavalli, asini, pavoni e maiali condividono gli spazi esterni, mentre una grande scultura in legno sembra appartenere allo stesso catalogo di materiali dell’architettura. Un piccolo ecosistema rurale.
Architettura essenziale, materiali naturali, animali praticamente alla porta e nessuna necessità di separarsi troppo dal paesaggio.
Poi, a ricordarci che siamo comunque in Francia, arrivano a tavola le escargot.
A quel punto l’analisi architettonica può tranquillamente aspettare il mattino successivo.
DAY 2 - tappa 1
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La mattina si riparte dal Verdon, dopo una notte trascorsa in quel piccolo mondo rurale fatto di pietra, legno, animali e architetture decisamente fuori dagli schemi.
Si rimettono in moto le Guzzi e si punta verso sud.
Per un tratto torniamo sulla Route Napoléon, la storica direttrice che ripercorre il cammino compiuto da Napoleone nel 1815, al ritorno dall’esilio all’Elba verso Parigi.
Oggi, più prosaicamente, è una gran bella strada da fare in moto.
Curve ampie, continui cambi di quota e un paesaggio che, chilometro dopo chilometro, perde il carattere più aspro dell’Alta Provenza. Le montagne si abbassano, la vegetazione cambia e anche la luce comincia ad annunciare qualcosa.
Poi compare il Mediterraneo.
Arriviamo a Cannes e da quel momento il mare diventa il nuovo riferimento del viaggio. Lo costeggiamo verso est, attraversando una Costa Azzurra che rappresenta quasi l’opposto dei territori percorsi fino a quel momento.
Dopo boschi, montagne, gole e piccoli centri, ci troviamo dentro un sistema urbano quasi continuo, compresso tra rilievi e mare. Cambiano le architetture, cambia la densità e cambia inevitabilmente anche il modo di percorrere la strada.
Fino ad arrivare a Montecarlo.
Qui la compressione dello spazio raggiunge quasi il suo limite: pochissimo territorio disponibile e una città che ha risposto crescendo, sovrapponendo edifici, infrastrutture, viabilità e spazi pubblici tra la montagna e il Mediterraneo.
Per un architetto è probabilmente questo l'aspetto più interessante di Monaco: osservare come una condizione geografica estrema abbia prodotto una città altrettanto estrema, costruita attraverso densificazione e verticalità.
Poi però l’architetto lascia spazio per qualche minuto al motociclista.
Perché ci sono il tornante del Fairmont, il tunnel, il porto e il lungomare del Gran Premio.
E percorrerli senza immaginare almeno per qualche curva che La Guzza sia diventata una monoposto è praticamente impossibile.
Il sogno dura poco. Anche perché il traffico di Montecarlo si occupa rapidamente di riportarci alla realtà.
Ripartiamo.
Seguiamo ancora la costa, attraversiamo Mentone e arriviamo a Ventimiglia.
Qui salutiamo il Mediterraneo e cambiamo completamente direzione: cominciamo a risalire la Valle Roya, seguendo il fiume verso le montagne.
Ed è un altro cambio di paesaggio.
La valle progressivamente si stringe e strada, ferrovia, piccoli abitati e corso d’acqua finiscono per contendersi gli stessi metri disponibili. È uno di quei territori nei quali si capisce perfettamente quanto la geografia venga prima dell’architettura: qui non si decide liberamente dove costruire, ci si adatta.
Il Roya rimane accanto a noi per buona parte della salita.
E con il caldo che aumenta comincia a diventare difficile guardarlo soltanto come elemento del paesaggio.
Io avrei un desiderio molto semplice: fermarmi e buttarmici dentro.
L’acqua è lì, fresca, a pochi metri dalla strada.
Ma evidentemente il gruppo ha altre priorità.
Perché davanti a noi continuano ad arrivare curve, una dietro l’altra, e sono altrettanto accattivanti. La tentazione del fiume perde sistematicamente contro quella della curva successiva.
Risultato: nessuna vera sosta.
Solo il tempo necessario per fermarsi, bagnarsi abbondantemente la testa con un po’ d’acqua e rimettersi immediatamente in moto.
Il Roya continua a salire con noi, il paesaggio torna alpino e arriviamo al Colle di Tenda.
Attraversiamo ancora una volta il confine.
Siamo di nuovo in Italia.
Scendiamo verso Limone Piemonte e poi continuiamo fino a Cuneo.
Ed è qui che, dopo quasi due giorni trascorsi insieme e una quantità ormai difficilmente contabilizzabile di chilometri e curve, il viaggio a tre finisce.
Stefano e Mirko decidono di prendere la strada più rapida per rientrare a casa.
Io guardo la strada davanti a me e faccio una scelta diversa.
Ci salutiamo.
Loro prendono l’autostrada. Io punto La Guzza verso Bra e Alba.
Da Cuneo comincia un altro viaggio dentro il viaggio.
Quello del ritorno.
Questa volta, da solo.
GRANDI RAGAZZI. GRANDI STEFANO E MIRKO!
DAY 2 - tappa 2
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A Cuneo saluto Stefano e Mirko: rimaniamo io e la Guzza.
Niente autostrada, niente fretta. Continuo sulle strade che attraversano i paesi, seguono i campi e ogni tanto ti mettono davanti qualcosa che ti fa chiudere il gas.
BRA. Vedo il cartello, mi fermo e mi viene da ridere. Per me quelle tre lettere sono già scritte sul braccio: BRA, Brando (il mè fiò)!
Quindi la foto era praticamente obbligatoria.
E da qui il viaggio cambia ancora faccia.
Entro nelle Langhe: mi perdo, dentro e fuori dalle statali, strade che salgono e scendono seguendo le colline, vigneti, campi, piccoli corsi d'acqua, cascine, vecchi ingressi abbandonati. Ogni tanto mi fermo. Ogni tanto imbocco una strada semplicemente perché mi piace, sterrata.
Poi arrivo ad Alba. Qui la moto si ferma davvero e io faccio due passi: aperitivo con barolo
Seduto lì, mi guardo intorno e torna fuori inevitabilmente l'architetto.
Perché viaggiando mi succede sempre la stessa cosa: a un certo punto smetto di vedere soltanto edifici e comincio a guardare come lo spazio è stato costruito. Portici, facciate, quinte urbane, pavimentazioni.
Assi che sembrano regolari e invece si spostano, prospettive che non sono perfettamente frontali, edifici che accompagnano e correggono lo spazio.E forse è proprio questo il bello delle città nate lentamente: non cercano sempre la geometria perfetta. Si adattano, deviano, assorbono quello che c'era prima.
Finisco il Barolo, torno sulla Guzza e riparto, attraversando un Piemonte che diventa sempre più silenzioso. Passo da Castagnole d'Asti, poi ancora campagne, colline e strade secondarie.
Il sole comincia ad abbassarsi.
E quando ormai potrei davvero scegliere la strada più veloce verso casa, continuo a fare esattamente il contrario.
Allungo, freno.
Torno indietro.
Guardo.Mi fermo davanti a un vecchio ingresso ormai quasi divorato dalla vegetazione. Due pilastri consumati, una strada che sembra non portare più da nessuna parte e la GUZZA lì in mezzo.
Poi le colline si abbassano definitivamente e arrivo verso la Lomellina.L'ultima vera tappa è Vigevano.
Entro in Piazza Ducale quando la luce è ormai quella della sera. E qui l'architetto torna fuori un'altra volta.
Perché questa piazza è una piccola lezione di prospettiva urbana: portici, facciate dipinte, pavimentazione e geometrie costruiscono uno spazio quasi teatrale.
E poi c'è il Duomo.
La sua facciata curva non segue semplicemente la chiesa retrostante: lavora invece sulla piazza, corregge il rapporto obliquo tra la cattedrale e lo spazio urbano e contribuisce a chiuderne scenograficamente il lato.
L’architettura che usa una sorta di inganno geometrico per far sembrare naturale qualcosa che geometricamente naturale non è affatto.
Mi piace pensare che sia stata proprio questa l'ultima immagine importante del viaggio.
Perché poi rimane soltanto la strada verso casa.
Questa volta davvero.
Negli ultimi chilometri non ci sono più grandi passi da conquistare, gole, Mediterraneo o confini da attraversare.
Ci sono una strada, una moto e un po' di tempo per rendersi conto di quanta roba sia passata davanti alla visiera in appena due giorni, ascoltando un po’ di musica.
Poi giro la chiave davanti a casa.
Archi su 2 ruOOte finisce qui.
Almeno questo.